Ex Ilva, stop alla produzione anche a Novi Ligure: sciopero e proteste dei lavoratori
La sospensione delle attività negli stabilimenti dell’ex Ilva di Taranto, Genova e Novi Ligure apre una nuova fase di incertezza per il futuro del gruppo siderurgico e per i lavoratori coinvolti. Per oggi, lunedì 12 ottobre, i sindacati Fim, Fiom e Uilm hanno proclamato uno sciopero di 24 ore per protestare contro le fermate produttive e la mancanza di garanzie sulla ripresa delle attività.
A Novi Ligure è prevista un’assemblea dei lavoratori con la partecipazione del sindaco Rocchino Muliere, mentre a Genova è in programma un corteo diretto verso la Prefettura, al quale prenderà parte anche la sindaca Silvia Salis. A Taranto, dove lo stabilimento ha già interrotto la produzione, i lavoratori si sono riuniti davanti ai cancelli.
L’area a caldo di Taranto
La decisione di Acciaierie d’Italia, società in amministrazione straordinaria controllata da commissari nominati dal Governo, è legata soprattutto alla situazione dello stabilimento pugliese. La Corte d’appello di Milano ha infatti disposto la chiusura dell’area a caldo di Taranto entro il 28 ottobre, confermando successivamente il provvedimento nonostante i tentativi dell’azienda di ottenerne la sospensione. L’udienza in Cassazione è fissata per il 20 ottobre. Nel fine settimana la società ha comunicato l’esaurimento delle materie prime a Taranto, anticipando così la fermata degli impianti.
La decisione ha ripercussioni dirette anche sugli stabilimenti del Nord Italia, compreso quello di Novi Ligure, che dipendono dall’acciaio prodotto nel sito pugliese per alimentare le successive lavorazioni.
Per lo stabilimento di Novi Ligure, che conta circa 550 dipendenti oltre ai lavoratori dell’indotto, la fermata generale è stata annunciata entro il 15 novembre. La prospettiva preoccupa il territorio, poiché l’interruzione delle attività rischia di coinvolgere non soltanto gli addetti diretti, ma anche le aziende collegate alla produzione e alla logistica. Il sindaco Rocchino Muliere ha definito inaccettabile la decisione, evidenziando come il ricorso alla cassa integrazione non possa rappresentare una soluzione al problema industriale.
La richiesta dei sindacati: acquistare acciaio dall’estero
Una delle principali richieste avanzate dalle organizzazioni sindacali riguarda la possibilità di acquistare sul mercato internazionale semilavorati siderurgici, come coils e bramme, per consentire agli stabilimenti del Nord di proseguire le lavorazioni anche senza le forniture provenienti da Taranto.
Secondo i sindacati, questa strada non ha ricevuto risposte concrete durante il confronto con il Governo. Le organizzazioni chiedono un piano industriale complessivo che garantisca la continuità produttiva di tutti i siti, accompagnato da misure per tutelare occupazione e reddito, comprese eventuali forme di prepensionamento, incentivi all’esodo e percorsi di riqualificazione professionale.
La situazione a Genova
Anche a Genova la sindaca Silvia Salis è intervenuta con una lettera indirizzata al ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, e ai commissari straordinari di Acciaierie d’Italia. Salis ha espresso forte preoccupazione per la prospettiva di fermare lo stabilimento di Cornigliano, sottolineando il valore delle lavorazioni a freddo e della zincatura per l’intera filiera siderurgica. La prima cittadina ha chiesto un intervento urgente del Governo e della struttura commissariale per reperire materie prime alternative e scongiurare l’interruzione delle attività.
La sindaca ha inoltre ribadito la disponibilità del Comune a partecipare a un confronto permanente con le istituzioni e i vertici aziendali, ritenendo ancora possibile individuare soluzioni per mantenere operativi gli stabilimenti del Nord.
Il confronto con il Governo e il futuro del gruppo
La mobilitazione arriva dopo l’incontro dell’8 ottobre a Palazzo Chigi, durante il quale il Governo ha affrontato soprattutto il tema degli ammortizzatori sociali. Secondo Fim, Fiom e Uilm, non sono emerse garanzie sufficienti sulla ripresa del lavoro né risposte adeguate alle richieste di un piano industriale e occupazionale.
Acciaierie d’Italia ha motivato la fermata con i vincoli giudiziari che interessano lo stabilimento di Taranto e con la necessità di rispettare le scadenze imposte dalla magistratura. La società ha sostenuto di aver cercato di prolungare la continuità produttiva nei limiti consentiti dalle decisioni dei giudici.
