Cassa integrazione fino a giugno 2027 per i lavoratori ex Ilva

Il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge che prevede la cassa integrazione dal 1° ottobre 2026 al 30 giugno 2027 per circa 10mila dipendenti di Acciaierie d’Italia, l’ex Ilva, e per migliaia di lavoratori delle aziende dell’indotto. Il provvedimento arriva mentre prosegue la mobilitazione sindacale contro la sospensione delle attività produttive negli stabilimenti di Taranto, Genova e Novi Ligure, con lo stop degli impianti del Nord previsto entro un mese.

Per il sito novese, come per quello genovese, la prospettiva è strettamente legata alla situazione dello stabilimento pugliese, da cui proviene l’acciaio destinato alla lavorazione negli impianti settentrionali. La fermata dell’area a caldo di Taranto, dove le materie prime vengono trasformate in acciaio, impedisce infatti di garantire il regolare approvvigionamento degli altri stabilimenti, che non dispongono di impianti analoghi.

 

La decisione del governo

La decisione del governo punta a contenere le conseguenze occupazionali della crisi. Oltre agli ammortizzatori sociali, il decreto prevede programmi di ricollocamento per i dipendenti dell’indotto, la possibilità per i lavoratori dell’ex Ilva di partecipare ad attività di pubblica utilità sul territorio e incentivi per le aziende che li assumeranno a tempo indeterminato, con contributi fino a 20mila euro per ciascun lavoratore. Il costo complessivo delle misure è stimato in 187 milioni di euro, comprensivi di un prestito da 40,5 milioni destinato ad Acciaierie d’Italia. La ministra del Lavoro Marina Calderone ha inoltre annunciato interventi per il rilancio dell’azienda e dei territori interessati, sui quali saranno necessari ulteriori dettagli.

 

 

La situazione a oggi

La crisi è precipitata dopo la decisione della Corte d’appello di Milano di imporre, entro il 28 ottobre, la chiusura dell’area a caldo di Taranto. Acciaierie d’Italia ha tentato senza successo di ottenere la sospensione del provvedimento. Il 20 ottobre è prevista l’udienza in Cassazione, chiamata a pronunciarsi sulla decisione.

Nel frattempo, il governo ha previsto la possibilità di mantenere l’impianto tarantino in condizioni di riscaldo, senza produzione, per evitare che lo spegnimento definitivo provochi danni permanenti. Questa soluzione potrà essere adottata fino alla pubblicazione delle motivazioni della Cassazione e, comunque, non oltre il 15 dicembre.

 

Gli stabilimenti del nord

Resta però aperto il problema dell’approvvigionamento degli stabilimenti del Nord. Nei giorni scorsi, l’azienda ha comunicato l’esaurimento delle materie prime a Taranto, anticipando di fatto la fermata produttiva. Sindacati e rappresentanti istituzionali di Genova hanno quindi chiesto di valutare l’acquisto di acciaio sul mercato italiano o internazionale per consentire la prosecuzione delle attività. La sindaca Silvia Salis ha riferito che i commissari e il governo stavano lavorando sulla richiesta genovese, mentre il presidente della Liguria Marco Bucci si è detto fiducioso sulla possibilità di individuare una soluzione.

I commissari, tuttavia, avevano già sostenuto che reperire acciaio da altri fornitori non fosse una strada praticabile nel breve periodo. Alle successive sollecitazioni politiche e sindacali non è arrivata, almeno finora, una risposta pubblica. Anche per Novi Ligure, dunque, il futuro produttivo rimane legato all’evoluzione della vertenza nazionale e alla possibilità di garantire le forniture necessarie a mantenere operative le linee di lavorazione.