Anche Novi in apprensione per l’intervento del Tribunale di Milano sull’ex Ilva
Si intensifica il clima di incertezza attorno all’ex Ilva, mentre si avvicina la scadenza indicata dal Governo per la conclusione dell’avvio della cessione del gruppo siderurgico. Una fase già delicata è stata ulteriormente segnata dall’intervento del Tribunale di Milano, che ha reso noto il contenuto del dispositivo di una sentenza pronunciata dalla XV sezione civile in merito al ricorso presentato da alcuni residenti delle aree limitrofe allo stabilimento di Taranto, sede legale della società.
I giudici milanesi hanno chiarito che, in assenza di un aggiornamento specifico dell’Autorizzazione integrata ambientale (AIA), legato a precise scadenze prescrittive, si procederà alla sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento tarantino. Il termine fissato è il 24 agosto: qualora entro quella data non dovesse arrivare l’integrazione richiesta, la produzione di Taranto verrebbe fermata, con ripercussioni anche sugli impianti di Novi Ligure e Genova, che dipendono dal sito pugliese per l’approvvigionamento.
Al momento l’azienda non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali. Secondo indiscrezioni, sarebbe allo studio un ricorso contro la decisione del tribunale. Se il provvedimento dovesse diventare operativo, gli stabilimenti di Novi e Cornigliano potrebbero proseguire l’attività soltanto attraverso approvvigionamenti esterni.
La possibile cessione
Sul fronte della possibile cessione, l’unico interlocutore con cui il Governo starebbe trattando sarebbe il fondo statunitense Flaks. Alcune ricostruzioni giornalistiche ipotizzano un possibile coinvolgimento del gruppo Marcegaglia, anche se al momento non vi sono conferme ufficiali. In tale scenario, eventuali sinergie potrebbero consentire agli stabilimenti liguri e piemontesi di attingere alla produzione di siti esteri riconducibili al gruppo italiano.
Parallelamente, l’Esecutivo avrebbe manifestato l’intenzione di chiudere rapidamente la partita ex Ilva. Il piano industriale illustrato ai sindacati lo scorso novembre indicava come orizzonte temporale il 1° marzo, una scadenza ormai imminente. Proprio su questo punto si registra la crescente preoccupazione delle organizzazioni sindacali.
I sindacati
Le sigle Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Uilm hanno riferito di aver richiesto nei mesi scorsi un incontro direttamente a Palazzo Chigi, senza esito. Per questo motivo hanno annunciato una mobilitazione autonoma: il 9 marzo è previsto un presidio davanti alla sede del Governo, con la partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori di tutti gli stabilimenti dell’ex Ilva e dell’indotto.
Secondo quanto dichiarato dalle organizzazioni confederali, la situazione sarebbe ferma al cosiddetto “piano corto” presentato il 18 novembre, che non delineava prospettive oltre il 1° marzo. Dal Governo, riferiscono i sindacati, sarebbe giunta finora soltanto la convocazione relativa alla proroga della cassa integrazione per circa 4.500 lavoratori, oltre ai 1.500 dipendenti di Ilva in amministrazione straordinaria, una misura ritenuta insufficiente a risolvere le criticità strutturali e, anzi, tale da accentuarne la gravità.
