L’intervista sul Corriere della Sera al nipote di Coppi, Francesco Bellocchio

Il ritorno dei Coppi a Castellania passa dalla terra e dal vino. Francesco Bellocchio, nipote di Fausto Coppi e figlio di Marina, primogenita del Campionissimo, ha scelto di ripartire proprio da quel lavoro agricolo che il nonno aveva abbandonato per inseguire la bicicletta. Vignaiolo per vocazione e per scelta consapevole, Bellocchio ha ricostruito un legame familiare e territoriale interrotto per decenni, riportando il cognome Coppi nel paese d’origine, oggi abitato da appena settanta persone. La sua esperienza e il suo percorso umano e professionale sono stati recentemente raccontati in una lunga intervista pubblicata dal Corriere della Sera.

 

Investire sul vino locale

Dopo studi ed esperienze lontane dalla campagna, Bellocchio ha deciso di investire nella viticoltura sulle colline di Castellania, intuendone la vocazione enologica mai pienamente sviluppata. Con il supporto della moglie Anna e di un enologo, ha acquisito nel tempo piccoli appezzamenti selezionati uno a uno, puntando su vitigni come Timorasso, Nebbiolo, Croatina e Barbera. I terreni, caratterizzati da marne e arenarie e da un microclima favorevole, hanno permesso di avviare una produzione di qualità, culminata nella nascita della cantina “Marina Coppi”, con etichette dedicate alla memoria del Campionissimo, tra cui “Fausto” e “Grand Fausto”.

 

 

Un lavoro di famiglia

Nel racconto emerge anche la dimensione familiare e simbolica dell’impresa: il lavoro nei campi e in cantina viene vissuto come un impegno quotidiano, fatto di fatica, disciplina e spirito di squadra, valori che Bellocchio riconduce all’eredità morale del nonno. Il progetto agricolo ha avuto anche un significato di ricomposizione, riunendo una famiglia segnata da divisioni dolorose e restituendo continuità a una storia iniziata oltre un secolo fa. Un percorso che, come sottolineato nell’intervista al Corriere della Sera, rappresenta una forma diversa ma altrettanto esigente di “Giro d’Italia”, combattuto non sulle strade ma tra i filari, con l’ambizione di onorare una memoria che resta centrale nella storia sportiva e culturale del Paese.