L’iniziativa di Luminas e Il tiretto col cuore per non lasciare soli i ragazzi con disabilità

Con la conclusione dell’anno scolastico, per molte famiglie si apre il tempo dell’estate. Per altre, invece, si apre qualcosa di molto diverso: un interrogativo sul futuro che rischia di trasformarsi in solitudine. A raccontarlo è Angela Zito, attiva nelle associazioni Luminas APS e Il Tiretto col Cuore, che in una lunga riflessione pubblica ha posto l’attenzione su un tema spesso poco visibile: cosa accade ai ragazzi con disabilità quando termina il percorso scolastico e vengono meno i luoghi strutturati di relazione, crescita e partecipazione.

 

Secondo Zito, la scuola rappresenta spesso l’ultimo spazio realmente inclusivo nella quotidianità di molte persone con fragilità psichica e delle loro famiglie. Un luogo dove esistono orari, relazioni, attività condivise e una presenza riconosciuta all’interno della comunità.

«Con la fine della scuola è finito tutto», scrive. Un’affermazione che non vuole essere una critica all’istituzione scolastica, ma la denuncia di ciò che troppo spesso manca dopo.

Per i coetanei si aprono università, lavoro, nuove esperienze e autonomie. Per molte famiglie, invece, il rischio è quello di ritrovarsi improvvisamente senza una prospettiva concreta. Zito parla apertamente di liste d’attesa, burocrazia e progetti individuali che rimangono sulla carta, lasciando alle famiglie il compito di costruire quasi da sole un percorso di vita.

 

Formare per Includere

Da questa esperienza è nato il progetto “Formare per Includere”, promosso dalle associazioni Luminas APS e Il Tiretto col Cuore presso l’Istituto Comprensivo Martiri della Benedicta di Serravalle Scrivia.

L’iniziativa si presenta come un laboratorio di trasformazione e formazione rivolto a persone con fragilità psichica, con l’obiettivo di creare occasioni di inserimento lavorativo protetto e di sviluppo dell’autonomia personale.

 

Le attività spaziano dalla produzione di composte e prodotti da forno alla gestione di responsabilità operative e relazionali: rispetto degli orari, lavoro di gruppo, dialogo con gli altri, gestione delle procedure, continuità nella partecipazione e acquisizione di competenze spendibili anche in un futuro contesto lavorativo.

Ma, secondo i promotori, il vero risultato non riguarda soltanto ciò che si produce.

 

«Quello che trasformiamo davvero sono le vite»

Tra le esperienze raccontate c’è quella di Daniele, indicato come esempio concreto di un percorso di crescita fatto di responsabilità, legami sociali e nuove autonomie. Nel tempo avrebbe consolidato rapporti con il gruppo e con i tutor volontari, sviluppando capacità relazionali e assumendo ruoli più attivi, fino a partecipare al confezionamento dei prodotti e al contatto con il pubblico durante le raccolte fondi. Un cambiamento che, raccontano dall’associazione, si è tradotto anche nella nascita di relazioni personali al di fuori del progetto stesso.

Per Zito, è proprio questo il punto centrale: costruire percorsi di vita reali, capaci di continuare anche oltre il tempo della scuola.

 

La richiesta alle istituzioni

Nella riflessione trova spazio anche una richiesta rivolta alle istituzioni. Viene richiamato il tema del progetto individuale previsto dalla normativa nazionale e la necessità di trasformare strumenti già esistenti in interventi effettivamente accessibili alle famiglie.

Secondo le associazioni, il sostegno del volontariato non dovrebbe sostituire il ruolo pubblico ma affiancarlo: finanziare, replicare e consolidare esperienze territoriali che dimostrano di funzionare.

 

L’intervento di Bruno Ferretti

Sul tema è intervenuto anche Bruno Ferretti, già disability manager del Comune di Novi Ligure e attuale Garante dei diritti della persona con disabilità in Provincia di Alessandria, che ha condiviso pubblicamente il testo di Zito aprendo una riflessione più ampia sul rapporto tra associazionismo e politica.

Ferretti ha sottolineato come molte delle criticità denunciate siano note da anni e ha osservato che, a suo giudizio, il confronto pubblico non sia sempre stato sufficientemente incisivo. Ha ricordato inoltre una posizione già espressa in passato all’interno di incontri con il mondo associativo: mantenere autonomia tra rappresentanza delle persone con disabilità e dinamiche politiche.

 

«Fuori la politica dalle associazioni che difendono i diritti delle persone con disabilità», ha scritto, sostenendo che questioni di questo tipo non dovrebbero assumere appartenenze o colori politici ma essere affrontate con rapidità e concretezza.

L’obiettivo, conclude, dovrebbe restare uno solo: mettere al centro le persone e le famiglie, lasciando alle istituzioni il compito di dare risposte e alle associazioni quello di continuare a difendere diritti e bisogni reali.

Perché, come emerge dalle parole delle famiglie, il problema non è soltanto cosa accade dopo la scuola. Ma quale spazio la comunità sia disposta a costruire per il futuro.