La preoccupazione di Novi per il futuro dell’ex Ilva
La decisione della Cassazione sullo stabilimento di Taranto era attesa, ma non per questo ha avuto un impatto meno pesante sul territorio novese. La conferma dello stop agli altiforni pugliesi apre infatti nuovi interrogativi sul futuro degli altri stabilimenti del gruppo Acciaierie d’Italia, a partire da quello di Novi Ligure, dove lavorano circa 540 dipendenti e per 515 dei quali è stata richiesta la cassa integrazione a zero ore a partire da metà novembre.
Dal mondo politico e sindacale arriva una richiesta condivisa: individuare al più presto soluzioni per garantire l’approvvigionamento di materie prime e mantenere attiva la produzione. Il sindaco di Novi Ligure, Rocchino Muliere, ha sottolineato come la sentenza rappresenti un passaggio particolarmente critico, nonostante fosse uno scenario già preso in considerazione. Secondo il primo cittadino, è necessario insistere sulla ricerca di materie prime sul mercato, evitando di affidarsi esclusivamente alle 10mila tonnellate prospettate per lo stabilimento novese a partire da febbraio 2027, quantitativo che consentirebbe di lavorare soltanto per alcune settimane. Muliere ha quindi ribadito la necessità di un intervento diretto del Governo, affinché la fase di transizione non si trasformi in una crisi industriale difficilmente reversibile.
I sindacati
Preoccupazione anche da parte dei sindacati. Alberto Pastorello della Uilm ha evidenziato come Novi rischi di subire conseguenze più prolungate rispetto agli stabilimenti di Taranto e Genova, dove il ricorso alla cassa integrazione dovrebbe concentrarsi in poco più di un mese, tra le festività di fine anno e il periodo immediatamente successivo. Per lo stabilimento novese, invece, si prospettano tempi più lunghi. Tra le ipotesi indicate dal sindacalista c’è anche quella di impiegare i lavoratori nelle attività di manutenzione degli impianti durante i periodi di fermo produttivo.
Maurizio Cantello della Fiom ha chiesto la massima attenzione sui prossimi sviluppi, sollecitando una nuova convocazione delle parti a Palazzo Chigi. La decisione della Cassazione, ha osservato, rappresenta una delle condizioni che erano state poste nell’ambito della vicenda industriale, mentre si avvicina anche la scadenza del bando per la vendita del gruppo. Sulla stessa linea Luigi Tona della Fim Cisl, che ha sottolineato la gravità della situazione e la necessità di assicurare la continuità produttiva attraverso un ruolo centrale dello Stato.
Il fronte politico
La richiesta di garanzie per gli stabilimenti del Nord è stata condivisa anche dai presidenti delle Regioni Piemonte e Liguria, Alberto Cirio e Marco Bucci. Entrambi hanno evidenziato l’urgenza di avviare gli approvvigionamenti di materie prime per Novi Ligure, Racconigi e Genova, così da consentire agli impianti di proseguire l’attività e tutelare sia i posti di lavoro sia le competenze industriali presenti nei territori.
Sul fronte politico, il deputato del Partito democratico Federico Fornaro ha ribadito la necessità di ottenere chiarezza e garanzie sul futuro degli stabilimenti e dei lavoratori. Anche Enzo Amich, deputato di Fratelli d’Italia, ha richiamato l’attenzione sulla necessità di fornire risposte concrete alle maestranze, sottolineando che i lavoratori non devono essere abbandonati e che l’Italia deve continuare a preservare una propria capacità produttiva nel settore siderurgico, senza dipendere dall’acciaio proveniente dall’estero.
La priorità, dunque, resta individuare una soluzione che permetta allo stabilimento di Novi Ligure di continuare a produrre, salvaguardando l’occupazione e il patrimonio di competenze industriali del territorio. Una prospettiva che, dopo la decisione sulla situazione di Taranto, richiede ora risposte rapide da parte del Governo.
